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Sveva Taverna arriva alla fotografia passando dalle immagini prima ancora che dalle macchine. Si forma in Storia dell’arte, con una tesi sull’universo visivo di Pier Paolo Pasolini, indagando quel territorio instabile in cui sacro e profano, corpo e paesaggio, realtà e visione si contaminano. È lì che nasce il suo sguardo: nella frizione tra cultura e materia, tra icona e vita.
Durante gli anni universitari entra nel cuore della fotografia contemporanea lavorando ai Toscana Photographic Workshop come assistente di alcuni dei più importanti autori internazionali, tra cui Michael Ackerman. Un’esperienza che le insegna cosa significa stare dentro l’immagine, non solo costruirla. In parallelo lavora come fotografa di scena per il Teatro Palladium, dove impara a leggere il tempo, il gesto e la luce come elementi narrativi.
Nel 2008 presenta la sua prima personale, Radici, all’interno del FotoGrafia Festival Internazionale di Roma: un progetto dedicato alla Sardegna che non è racconto folkloristico, ma immersione in una terra arcaica, aspra, intima. L’anno successivo viene scelta da Cristiana Collu, allora direttrice del MAN di Nuoro, per la mostra Sardegna. Un altro pianeta, accanto a Franco Fontana e Pietro Bianchi. La mostra viaggia tra Roma, Milano e Londra, portando il suo lavoro in un contesto internazionale.
Nel 2019 Arraicas (Radici) viene esposto alla galleria Baco about photographs di Palermo, che per l’occasione pubblica la fanzine Diario dal Supramonte, una sorta di taccuino visivo che restituisce la dimensione più intima e processuale del progetto.
Nel corso degli anni collabora anche con Paolo Pellegrin, fotografo Magnum Photos, approfondendo ulteriormente un’idea di fotografia come atto di presenza, di ascolto e di responsabilità verso ciò che si guarda. Una pratica che attraversa luoghi e persone senza mai ridurli a semplice superficie, ma restituendone sempre la densità, la complessità e la fragilità.
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